Crisi economica e ambiente

Economia e ambiente – a cura di Charly Brown

Viviamo un periodo di recessione. Una battuta d’arresto di portata mondiale, che intacca il benessere e l’opulenza della civiltà  occidentale e argina in modo considerevole l’espansione delle nuove economie industriali.

In conseguenza di ciò, il prezzo del petrolio si è dimezzato nel giro di pochi mesi: il polso dell’economia. Questo fatto, debitamente interpretato, ci da la misura reale della crisi e della recessione della produttività globale in funzione di una poderosa riduzione della domanda di energia..

Si è cercato, maldestramente, di spiegare che la crisi riguarda principalmente il mercato fittizio della finanza, ma che l’economia reale ancora regge. Storie. La finanza non viaggia a carburante, l’economia reale si. Quando la domanda di greggio scende sotto i livelli di guardia, l’unica spiegazione concretamente possibile è quella di una reale recessione, tenuta a bada con unguenti mediatici, al fine di non creare quel panico, che finirebbe di portare tutte le banche all’insolvibilità ed ad un fallimento che nessun governo sarebbe in grado di proteggere e tanto meno di compensare.

Tuttavia, questa crisi economica, forse la più vasta che sia mai affacciata nella storia dell’industrializzazione, non ha solo risvolti negativi. Anzi, per molti aspetti si pone come un freno allo sviluppo incontrollato ed un brutale avvertimento che qualcosa nella bengodi consumistica sta facendo acqua e rischia di affondare definitivamente.

D’altro canto, questa crisi non ha nulla di sorprendente: fu già prevista nella metà del diciannovesimo secolo da Karl Marx e relativamente di recente da un’attenta analisi pubblicata sotto il titolo de “I limiti dello sviluppo”.

E’ senza dubbio un fatto che una recessione economica non diverta nessuno, neanche quando sia stata ampiamente prevista. Senza essere esperti di economia è abbastanza agevole rendersi conto che la crescita di qualunque organismo od organizzazione sia sottoposta a dei limiti. Più rapidamente cresce e più rapidamente giunge al termine delle sue possibilità di sviluppo. Ora vediamo che la crescita economica è sostanzialmente legata al mercato della domanda. La maggior parte dei prodotti di massa, quelli spacciati a buon mercato, sono la spina dorsale della industria consumistica. Generalmente le crisi di ristagno o congiunture sfavorevoli, colpiscono dal basso: la tendenza inflazionistica tocca cioè per primi i percettori di redditi fissi, che vengono costretti a dirottare le loro risorse ridotte prevalentemente verso prodotti di prima necessità. Il consumo di prodotti industriali cala, cala la domanda. La produzione rallenta. Si licenzia personale e così via in una spirale che si ferma solo davanti al ripristinato equilibrio tra domanda reale (quella non mediaticamente provocata) e offerta in misura della domanda.

Ma abbiamo parlato di vantaggi in questa crisi dell’economia mondiale. Vediamo in sintesi quali saranno.

1. Vantaggi ecologici.
Il protocollo di Kyoto prevedeva per i governi aderenti al patto una sostanziale diminuzione delle emissioni di CO2 fino alla soglia  del 20%. Ovviamente, in periodo di crescita economica ottenere questo risultato è pura utopia. USA e Cina,  rifiutarono coerentemente e apertamente di sottoscrivere il trattato, nella consapevolezza che questo obiettivo avrebbe rallentato la crescita del PIL, indice essenziale del benessere di un Paese. Altri lo firmarono ma se ne fecero un baffo. E il nostro amato Paese, firmatario e sottoscrivente, è quello fra tutti che il baffo se lo fa a manubrio. Ma nel contesto attuale, i Paesi che subiranno il decreto coatto di una diminuzione delle emissioni di gas serra, causa il ristagno produttivo, saranno proprio quelli che avevano paventato una politica di liberismo selvaggio. Quelli insomma che non hanno saputo creare le basi di un controllo del mercato nè una  valida rete di ammortizzatori sociali. In pratica, per quello che ci riguarda direttamente, gli USA e l’Italia.

Ciò che l’avidità e l’insaziabilità del capitalismo becero non hanno permesso, una poderosa recessione della domanda e della produttività industriale metterà ora presumibilmente in atto, volenti o nolenti, fino al raggiungimento degli obiettivi auspicati dal protocollo di Kyoto.

2. Ribasso dei prezzi dei beni primari.

La misura di discesa verticale dei prezzi del petrolio, è il termometro che ci permette di valutare con inequivocabile chiarezza la portata e la velocità con cui questa crisi si manifesta. Il prezzo del greggio scende, ovviamente perché la domanda è drasticamente diminuita. Se qualcuno pensasse che questo fatto stimoli ad un uso più intenso dei mezzi di trasporto privati, comportandone un aumento di emissione di gas inquinanti, è chiaro che non ha fatto il calcolo che il traffico privato, globalmente misurato, non raggiunge nemmeno il 10% della totale massa inquinante che l’umanità emette per soddisfare i propri bisogni reali e fittizi. Il rimanente 92% delle emissioni inquinanti proviene dalla produzione industriale e di elettricità, dal riscaldamento e dal trasporto commerciale su strada. Basti pensare che a Kyoto, i danni causati dal trasporto privato non sono stati nemmeno presi in considerazione.

Indubbiamente però il fatto che il prezzo dei carburanti per trasporto su terra sia drasticamente diminuito avrà come conseguenza diretta una forte diminuzione del prezzo dei cereali e degli oli alimentari. Questo perché, i picchi raggiunti dai prezzi del greggio, hanno ultimamente reso economico l’uso di prodotti alimentari (grano, mais, semi vari ecc.) per ottenere carburanti. Oggi ovviamente non lo è più, cosi che questi prodotti riprenderanno ad affluire nel mercato alimentare a prezzi di saldo di fine stagione.

Per concludere, quanto sopra sembrerebbe ancora una volta la riconferma del vecchio adagio secondo cui non tutti i mali vengono per nuocere. E ancora una volta la conferma che la libertà, quando invocata come forma spavalda ed arrogante di legge della jungla, prima o poi si ritorce con accanimento più contro i vincitori, che hanno più da perdere, che ai sottomessi.
(charly brown)

Caro Charly, è da anni che tutte le persone di buon senso, minimamente "informate sui fatti", tentano disperatamente di spiegare non solo a destra, ma anche a sinistra; che da decenni ormai le crisi cicliche (con cicli sempre più ravvicinati e depressioni sempre più profonde) dipendono da scarsità di domanda, generata dall’abbassamento in termini reali del potere d’acquisto delle aree sociali più ampie (ceti medio-bassi); e che le crisi economiche da eccesso di offerta riguardano i tempi di Taylor buonanima. Solo Berlusconi, Tremonti e Marcegaglia non se n’erano accorti. Oggi che si sono accorti, è tardi per rimediare, perchè le poche risorse disponibili sono state regalate a chi non ne aveva bisogno.

Obama, che sembra persona lucida, lo ha capito, e parla di "nuovo ’29". Tesi suffragata dai continui licenziamenti mensili non solo della GM, non solo della City Group, che ha preannunciato 53.000 licenziamenti. Quella che si sta disgregando è anche l’economia del bar, de negozio di scarpe e di quello di mutande. Che Dio ce la mandi buona. Tafanus

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